Dispiace sempre dover registrare la scarsa partecipazione dei cittadini a un referendum e in particolare un'astensione superiore all'80% degli aventi diritto al voto, qual è il dato del referendum sulla chiusura totale o parziale dell'Ilva svoltosi ieri a Taranto. Indubbiamente sull'astensione pesano alcuni fattori nazionali quali il crescente astensionismo registrato in tutte le più recenti tornate elettorali in Italia (e a Taranto in modo accentuato), la sfiducia che il voto possa contribuire a cambiare le cose, la sfiducia più in generale nella politica di cui tanto si sta parlando anche in questi giorni.
Ma l'astensione al referendum sull'Ilva crediamo abbia anche, se non soprattutto, almeno altre due differenti motivazioni: da una parte la consapevolezza della scarsa utilità della consultazione, il cui valore solo consultivo avrebbe lasciato inalterata la situazione del siderurgico anche se i cittadini tarantini fossero andati a votare in massa; dall'altra l'assenza nei quesiti referendari di un'opzione che noi riteniamo maggioritaria tra la gente di Taranto ossia quella che preveda che l'Ilva debba produrre senza danneggiare la salute e l'ambiente.
Per quel che riguarda la prima di queste motivazioni va detto che un referendum così, in cui nessuna delle due opzioni previste è realmente in campo, contribuisce a rafforzare la sfiducia dei cittadini in una possibile strada di cambiamento dal basso perché chiede la partecipazione e l'espressione di una volontà praticamente virtuali vista l'impossibilità per il Comune di Taranto di incidere "legalmente", anche se lo volesse la maggioranza assoluta dei suoi elettori, sulla chiusura parziale o totale dello stabilimento siderurgico. I referendum comunali possono essere invece uno strumento molto utile di governo se ai cittadini vengono sottoposte delle proposte che siano effettivamente realizzabili e se le modalità di consultazione sono anche più veloci e moderne.
D'altro canto la mancanza nei quesiti posti in votazione di quella che continuiamo a ritenere l'opzione maggioritaria tra i tarantini e cioè "produrre senza danni a salute e ambiente", e la conseguente impossibilità di esprimere in questo referendum una volontà in tale direzione, ci confermano nella convinzione della validità della battaglia che stiamo conducendo da anni: l'Ilva deve essere costretta ad abbattere drasticamente il suo carico inquinante attraverso una rigorosa e tempestiva applicazione dell'AIA _- anche per le parti (discariche e acque) che ancora non sono state varate dal Ministero nonostante l'impegno a farlo entro gennaio scorso - nonché di prescrizioni ancora più severe se ciò sarà ritenuto necessario dopo una valutazione degli effetti dell'AIA stessa; altrimenti dovrà chiudere.
Noi continuiamo convintamente a scommettere sulla cosiddetta ambientalizzazione dello stabilimento siderurgico e stiamo monitorando, controllando, pungolando Istituzioni e Garante in merito al rispetto rigoroso dell'AIA
.
Le richieste di proroga da parte dell'Ilva e le sue inadempienze, certificate dall'Ispra nel corso delle sue ispezioni, testimoniano di una pervicace volontà di eludere, ritardare, annacquare l'attuazione delle prescrizioni dell'AIA.
D'altra parte I risultati confortanti registrati dall'ARPA negli ultimi mesi nelle due centraline dei Tamburi danno ragione alla nostra convinzione: l'Ilva può essere resa compatibile con la città, ma solo a patto di un radicale risanamento degli impianti.
Altrimenti deve chiudere, con o senza referendum!
Lunedì, 15 Aprile 2013 20:12
Referendum Ilva: l'80% dei tarantini non ha votato. Legambiente: "O si risana o si chiude"
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L'Industria
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