Giovedì, 04 Agosto 2016 07:32

Tra Ilva e gioco dell’oca Taranto è nella Terra di nessuno. Vogliamo fatti concreti: non si vive di annunci e di attese.

A due mesi di distanza dalla conversione in legge dell'ultimo decreto relativo all'Ilva  crediamo sia opportuna qualche riflessione.

Partiamo dal fatto è stata finalmente disposta la deroga che consentirà ad ARPA Puglia di assumere personale da destinare alle attività di vigilanza, controllo, monitoraggio ed agli accertamenti tecnici riguardanti l'attuazione del Piano ambientale Ilva.
Come associazione ne siamo contenti: sono passati infatti ben 18 mesi dalla prima richiesta di deroga per ARPA Puglia avanzata da Legambiente a gennaio del 2015, in sede di esame del precedente decreto Ilva. Al nuovo Direttore Generale di ARPA Puglia, dottor Vito Bruno, e al Governatore della nostra Regione, chiediamo di adoperarsi affinché si possa procedere nel più breve tempo possibile a tramutare la norma in persone in carne ed ossa, rendendo così meno improbo il lavoro affidato al Dipartimento ARPA di Taranto.

Ma 18 mesi sono davvero tanti e testimoniano in maniera chiara la scarsa considerazione che, finora, il Governo e il Parlamento hanno avuto nei confronti delle esigenze ambientali e sanitarie di Taranto, dei suoi cittadini, dei dipendenti della stessa Ilva.

Bisogna partire da questo, e dalle conseguenze sull'opinione pubblica tarantina che questo comportamento ha determinato, per comprendere lo scetticismo e l'incredulità che circondano anche le ultime norme rispetto alla possibilità che vengano effettivamente effettuati i principali investimenti economici previsti dal Piano ambientale in vigore, connessi all'attuazione delle prescrizioni della vigente Autorizzazione Integrata Ambientale. Ci riferiamo in maniera particolare agli interventi sulle batterie (rifacimento refrattari, installazione PROVEN, costruzione docce) ed alla copertura completa dei parchi minerali che ha costituito sin dall'inizio ( e continua a costituire ...) la cartina di tornasole della effettiva volontà e capacità di rendere possibile la convivenza delle attività industriali del siderurgico con la salute dei lavoratori dell'Ilva e degli abitanti di Taranto, a partire da quelli del quartiere Tamburi, i più esposti a causa della vicinanza agli impianti.

Fortissima è la sensazione di vivere all'interno di un tragico gioco dell'oca in cui sia molto facile capitare per l'ennesima volta sulla casella "torna alla partenza" e, con un altro decreto, ricominciare tutto da capo, veder cambiare di nuovo le strategie seguite dal Governo e procrastinati – come sempre finora - i tempi di attuazione delle misure necessarie per contemperare le esigenze produttive con quelle della salute.
Fortissimo è  il timore dell'adozione di un Piano Ambientale annacquato, che utilizzi il grimaldello della ridotta capacità produttiva e, quindi, delle connesse ridotte emissioni, per giustificare la cancellazione di interventi previsti o la loro posposizione nel tempo consentendo agli acquirenti/affittuari dell'Ilva di mantenere in funzione gli impianti così come sono oggi per un tempo che potrebbe essere considerato "indefinito"vista la possibilità, che è difficile per chiunque definire "remota" di un ennesimo decreto che ridisegni, ancora una volta, scadenze e scudi legali alle responsabilità.
Avevamo richiesto alla Camera dei Deputati, in sede di esame del decreto, di introdurre forme di pubblicità dei piani proposti da Arvedi e da Arcelor Mittal e, soprattutto, di prevedere che il nuovo Piano Ambientale contenesse, accanto al consueto "termine ultimo", anche la previsione di scadenze intermedie il cui mancato rispetto portasse alla chiusura degli impianti interessati, in modo da mettere un punto fermo e lanciare un segnale concreto e forte che attestasse la volontà di passare davvero ai fatti dopo tante promesse e parole.
Ma le nostre proposte non sono state accolte ed ora ci aspettano altri mesi di estenuante attesa con il corollario che, al di là di interventi minori, i Commissari Straordinari dell'Ilva non hanno messo in campo in questo periodo alcun serio investimento in attuazione dell'A.I.A.

Ce n'è abbastanza, crediamo, per portare chiunque, anche una città oggi in bilico tra abulia ed esplosione rabbiosa, non "sul" ma "oltre" ... l'orlo di una crisi di nervi, per dirla con Almodovar.
Anche perché l'attesa di risposte e segnali non riguarda solo Ilva, ma altre questioni cruciali per il futuro di Taranto:
· la bonifica del territorio, a partire da quella del mar Piccolo che continua ad essere un desiderio nutrito solo da notizie di studi e che – continuando di questo passo – rischia di essere considerata dai tarantini alla stregua di un sinonimo di chimera;
· l'utilizzo effettivo degli ottocento milioni di euro complessivi previsti dal CIS Taranto (in verità per grande parte mera sommatoria di interventi già previsti, come i lavori per il Porto, o relativi a progetti perlomeno "laterali" rispetto ai temi dello sviluppo, come la costruzione di un nuovo ospedale) e in particolare delle risorse destinate alla Città Vecchia
· la cessione o l'apertura al territorio di aree oggi sotto il controllo del Ministero della Difesa, dalla stazione torpediniere alla valorizzazione culturale e turistica dell'Arsenale prevista dal precedente decreto e, finora, priva di riscontri.
Tutte questioni in cui, come per l'Ilva, si passa da un annuncio all'altro senza ancora arrivare a ricadute concrete e in cui Taranto ha sempre, di fatto, un unico interlocutore: il Governo nazionale, o direttamente o per il tramite dei suoi commissari e delle sue articolazioni.

L'assenza di risultati concreti è il combustibile che alimenta una diffusa sensazione di impotenza e di abbandono, un sentirsi città commissariata da chi, altrove, "dà le carte",un percepirsi come "vittime" in una sorta di "terra di nessuno" in cui lo Stato è assente, quando si tratta di tutelare i cittadini, ma dove ad "alcuni" tutto è consentito.

Una miscela esplosiva che richiede da parte di tutti gli uomini e le donne non rassegnati al degrado di questa città, uno scatto vero, una volontà e capacità di confrontarsi sul serio con lo scopo di perseguire insieme, con forza, obiettivi condivisi. A muso duro e alzando la voce con il Governo ogni volta che è necessario, e spesso lo è, ma facendo per intero tutta la propria parte, senza sterili propagandismi, per esigere una effettiva accelerazione, tenendo dritta la barra della necessità assoluta di portare a casa fatti concreti,  qualcuna delle tessere che possono comporre il mosaico di una Taranto "altra".


Lunetta Franco
presidente LegambienteTaranto.


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