Giovedì, 25 Luglio 2013 19:42

Salvare il mar Piccolo. Dal diario di un tarantino verace: l’ereditá di “nonne pascale”, la pesca notturna con la fiocina “á’jacche”.

di Cataldo Portacci

Discutere del Mar Piccolo costituisce un tema di grande attualità: possiamo ricostruire un quadro della situazione ambientale del Bacino Bimare, risalente a 80 e 130 anni fa, attraverso le fonti scritte di studiosi e poeti che ne hanno descritto potenzialità, caratteristiche produttive e doti paesaggistiche. Spesso, però, la tradizione orale tramandataci dai Nostri antenati e le esperienze di vita "vissuta" possono rappresentare un ulteriore tassello capace di ricostruire le virtù del Mar Piccolo con estrema completezza. Dobbiamo ricostruire nella cultura, nell'immaginario collettivo di Taranto, una nuova immagine del Mar Piccolo a cui possiamo e dobbiamo aspirare. Una immagine che ha radici antiche.

Ho avuto la fortuna di conoscere il mio pro-nonno materno nei primi anni della mia infanzia, agli inizi degli anni '30 del secolo scorso. Si chiamava Pasquale La Nave, classe 1846, nato nel Centro Storico Città Vecchia in Vico Spirito Santo, numero 5 . Il Vico si trovava nel Pittaggio Turripenna demolito ad opera del regime fascista nel 1935 per il cd "risanamento". Il rione si affacciava sul Mar Piccolo nella località di Via Garibaldi, detta ancora oggi "abbascià a marine". All'epoca il soprannome costituiva un punto di riferimento per conoscere le persone: il nomignolo di Nonne Pascale era "Pascale mangia masse". La massa ("masse") era una specie di tagliatella preparata con pasta fresca fatta in casa e condita con i legumi.
In quegli anni, dopo la scomparsa della consorte Nonna Maddalena, viveva con la figlia "Nonna Addolorata" (mia nonna Materna). Era un uomo di statura medio-alta. Il duro lavoro sul mare, nel corso degli anni, gli aveva forgiato delle caratteristiche fisiche peculiari: le gambe erano leggermente piegate in avanti a causa dalla continua postura con le ginocchia contro la poppa estrema ("intrà puppe") che doveva assumere durante le operazioni di pesca con la fiocina. Le dita delle mani, in particolare medii e mignoli, erano anchilosati per il continuo maneggio dei remi usati come mezzo principale di propulsione alla barca e per i rigori invernali (mani "abbrànculade" ovvero intirizzite per il freddo). Il viso era abbronzato e rugoso anche per il l'uso dei lucernari alimentati con legno di pino molto resinoso durante le battute di pesca notturna con la fiocina (detta "jacca", Figura 1-2). "Nonne Pascàle" sin da ragazzo aveva ereditato da suo padre Emanuele l'arte della pesca notturna con la fiocina, che a sua volta gli era stata tramandata dai Nostri antenati. Tale metodo di pesca era praticato con mezzi rudimentali, quasi primitivi, ma all'epoca efficaci: questo per la grande pescosità del Mar Piccolo. Esso era praticato nelle ore notturne in assenza del chiarore lunare e del vento forte che avrebbero potuto causare rispettivamente: lo spegnimento delle luce prodotta dal lucernario a resina (detto "frizzilidde") e la scarsa visibilità dei primi metri d'acqua. La "jacca" era praticata, quindi, nei primi metri 'acqua dei bassi medi - fondali del Mar Piccolo in tutti i mesi dell'anno ad eccezione del periodo estivo. I pezzetti di legno molto resinosi, chiamati "a'rera" erano tagliati a misura utile per sistemarli in un contenitore in ferro, di forma concava-rettangolare, dotato di alloggio adatto per fissare un'asticella di legno in grado di sostenerlo a poppa della barca poco distante dal pescatore armato di fiocina. Al fine di localizzare le prede sotto il livello del mare con una buona approssimazione questi pescatori erano dotati di un attrezzo detto "ù specchie". Esso era costruito da un cilindro di legno formato da doghe e dotato nella parte inferiore di un vetro trasparente di grosso spessore.

Le prede erano, quindi, localizzate attraverso la luce emessa da "ù frizzilidde" e lo specchio. I pescatori dediti a questo sistema di pesca, detti "jaccaruli", dovevano essere, quindi, dotati: di buona vista, riflessi pronti e grande abilità. Il lancio delle fiocina era denominato in gergo marinaresco "scettàre frure". Questo tipo di pesca è stato mirabilmente descritto dal Nostro poeta Tommaso Niccolò D'Aquino nel poema "Le Delizie Tarantine"; il quale, esaltando la grande bellezza e pescosità del Mar Piccolo, la chiamava "pesca con la fiaccola".
Nonne Pascale era un autorevole rappresentante di questa antica tradizione piscatoria. Durante le ore serali invernali, quando era ultra ottuagenario e non più dedito alle attività lavorative del mare, ci raccontava con malinconia e rabbia il Mar Piccolo che aveva conosciuto, come un "piccolo paradiso terrestre" e faceva delle riflessioni molto critiche per i danni ambientali arrecati al Bacino dopo la costruzione dell'Arsenale della Regia Marina. Le sue considerazioni non si fermavano, però, ad una nostalgia paesaggistica; ci ricordava, infatti, come:
- la cattura dei pesci sotto taglia era strettamente proibita e che proprio queste forme di gestione delle risorse del Bacino Bimare consentissero la pesca di pesci di specie pregiata di grossa taglia in poche ore di pesca;
- i fondali erano ricchi di fanerogame marine ("ù grive") e alghe ("à cicora").

Nonne Pascale aveva conosciuto la Taranto preunitaria, circondata dalle mura difensive e con una economia basata prevalentemente sulle produzioni marine. Da ragazzo, quindi prima dell'Unità d'Italia, le prime battute di pesca le effettuava in coppia con il padre Emanuele. La loro barca era ormeggiata presso la chiesetta, poi abbattuta durante il cd "risanamento" fascista, della Madonna della Pace nella località che ora è denominata ancora "reta alle mure" nei pressi della discesa Vasto. I pescatori, all'epoca, accedevano alla spiaggia sul Mar Piccolo attraverso una delle tre piccole porte di cui era dotata la cinta difensiva medioevale. In particolare Emanuele e Pascale accedevano alla loro barca "ù skif" attraverso una delle porte intermedie la cd "à purticedde d'à Madonna da Pace.
Di notte, mi raccontava Nonne Pascale, per farsi riconoscere era necessario dotarsi di "à lenterna" a mano alimentata a olio o a candela. Questa fiammella era indispensabile anche a mare come innesco al fuoco della succitata "a'rére". Con il passare degli anni la luce sulle barche dedite alla "jacca" fu sostituita con la luce prodotta dalla fiamma delle lampade al carburo e successivamente a quelle delle lampade a retina alimentate dal petrolio. Oggi per la pesca notturna sono usati delle lampade elettriche alimentate da gruppi elettrogeni.
La pesca con la "jacca" nella sua rudimentale efficacia testimonia la grande ricchezza del Mar Piccolo oggi deturpata da uno sviluppo distorto. L'eredità trasmessa da Nonne Pascale e dai suoi antenati è stata praticata in forma attiva sino agli anni '70, e in quella residuale, sino ad estinguersi sino alla metà degli anni '90 del secolo scorso.

Il Mar Piccolo che ho conosciuto da bambino negli anni '30 del secolo scorso era un mare fortemente militarizzato. Le attività delle pesca e della molluschicoltura erano ancora fiorenti. Le coste presentavano ancora la capacità di essere anche un luogo di produzione e svago. Ricordo che la costa Nord del Primo Seno del Mar Piccolo, soprattutto dal fiume Galeso al Punta Penna, erano le mete di passeggiate in barca e scampagnate nel giorno del Lunedì dell'Angelo "caresunidde". In mare era un pullulare di barche, voci e goliardia di sciajaruli (ostricoltori) e cuzzarule. Le coste erano disseminate dagli antichi "Pagghiare" (rifugi costruiti in libano dette zoche e cime) utilizzati anche dagli stessi "jaccaruli" come luogo di rifugio e riposo in mare. Un sistema produttivo che per quanto dissestato dalla presenza della Marina Militare e della cantieristica Tosi, aveva saputo conservare quell'equilibrio millenario tra mezzi produttivi e paesaggio.

Il Mar Piccolo di oggi è la tragica testimonianza della crisi ambientale e antropologica di Taranto e ,quindi, delle contraddizioni che hanno dilaniato la Città Ionica. I pochi tratti di costa salvati dalla cementificazione e dalla militarizzazione sono pieni di rifiuti in plastica, così come i suoi fondali. Le attività di pesca sono di fatto vietate da diversi provvedimenti; continua, però, la raccolta illegale di specie pregiate come i piccoli di seppia.

Pur nelle sue traversie il Mar Piccolo, ha saputo conservare la sua matrice produttiva originaria mitilicola ora minacciata dalla contaminazione del Primo Seno. Le zone in cui sono stati eliminati gli scarichi urbani dei quartieri Paolo VI e Tamburi si sono naturalmente rivitalizzate.
Questo dimostra come il Mar Piccolo sia ancora vitale e meritevole di azioni di recupero specifiche. Il prezioso patrimonio culturale della Nostra identità cittadina trasmesso dai Nostri antenati anche attraverso i racconti di Nonne Pascale va ,quindi,riconsiderata e rivalutata per contribuire ad avviare un percorso eco-compatibile della Città. Tale sviluppo deve essere basato su progetti certi, condivisi e programmati sia sul breve che sul lungo termine. In questi anni si sono susseguiti una mole notevole di progetti e proposte che sono rimasti solo come testimonianze e al massimo come promesse e rimpianto. Lo sviluppo del Mar Piccolo deve essere inteso come una parte integrante e indispensabile del Piano Urbanistico della Città. Le priorità a breve termine sono la messa in sicurezza e la bonifica.

Per questo il Mar Piccolo deve diventare il nuovo baricentro del recupero e del rilancio di Taranto: unire il territorio urbano da Capo San Vito al Rione Paolo VI e dalla Salinella al Quartiere Tamburi. Il cuore di questo nuovo sviluppo dovrà essere il Borgo Antico che non deve essere inteso solo come un monumento da ammirare, in alcune occasioni dell'anno, ma come un luogo privilegiato delle attività direzionali del mare (pesca, molluschicoltura e turismo).

Con queste modeste schematiche note di memoria storica e di proposte mi propongo di continuare a contribuire nello specifico al dibattito che si aprirà forte per lo sviluppo eco-compatibile della Nostra Città.

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